Mi ha molto colpito la notizia che molti quotidiani hanno riportato in prima pagina e che riguarda quei 20 ragazzi, nella sola provincia di Napoli, che nella notte di Capodanno sono stati ricoverati all’ospedale Cardarelli in coma etilico.
Una notizia ancor più grave se paragonata al bilancio dei feriti dei botti nella stessa sera che quest’anno si sono ridotti, sempre a Napoli, a 35 rispetto alle centinaia che si registravano negli scorsi anni, segnale evidente della efficacia delle diverse campagne di comunicazione che spesso hanno visto in prima persona proprio le forze di polizia.
L’aumento considerevole di giovani che consumano alcolici (vino, birra e amari) è ancor più preoccupante perché il fenomeno si riscontra soprattutto nella fascia di età di giovanissimi che va dai 14 ai 17 anni con un incremento costante.
La cultura del bere attualmente diffusa tra i giovani, consumo che tende ad accentuarsi fuori dai pasti, modifica sempre più le abitudini mediterranee che, invece, consideravano il consumo quale parte integrante dell’alimentazione.
L’aspetto che più mi fa arrabbiare è che questo modello di vita è ormai una “moda” diffusissima tra giovani e giovanissimi che lo fanno una sera, magari nel week-end quando magari possono far tardi la sera, mentre per la restante parte della settimana poi non toccano un dito di alcol.
Questo comportamento li fa sentire convinti di poter gestire il problema al riparo dalla dipendenza e dalla possibilità di divenire alcolisti, anche se proprio questi giovani sono quelli che rischiano di più perché, secondo alcuni studi, la pratica portata avanti nel tempo di alternare l’ubriacatura all’astinenza, ha effetti sul cervello molto più devastanti del bere di continuo.
Purtroppo anche la tv ha le sue responsabilità. Sempre più spesso programmi di intrattenimento, fiction e pubblicità collocano il bere in un contesto di normalità e sempre più spesso lo associano ad immagini di successo, anche attraverso il ricorso a testimonial d’eccezione che tanta influenza hanno sui giovani.
I dati che sono stati raccolti dal Ministero della salute ci confermano la gravità del fenomeno e la larga diffusione tra i giovanissimi, anche nella fascia tra i 13 e i 15 anni, dell’abuso di alcol che escono di casa con il preciso intento di ubriacarsi.
Anche gli incidenti stradali del sabato notte, che sono spesso la prova di alcune bravate eseguite dai giovani per mostrare al gruppo di amici il proprio coraggio, trae le sue motivazioni nell’uso eccessivo di alcol che precede il ritorno in auto, che provoca l’immagine di gioia e dello star bene che tipica dell’ubriacatura.
Sono convinto che i proprietari dei locali potrebbero contribuire in maniera notevole ad arginare il fenomeno oltre che a salvare, sia pure in modo indiretto, molte vite di giovani se solo chiudessero i propri locali ad un’ora più ragionevole e se, soprattutto, si rifiutassero di servire alcolici ai minorenni o, almeno, a quelli al di sotto dei sedici anni, limite fissato dalla legge.
Il tema dell’alcol è rimasto sempre in un preoccupante cono d’ombra, così che i giovani ancora oggi non conoscono tutte le conseguenze e le malattie che ne derivano dall’uso frequente. Ma oggi dobbiamo accendere i riflettori su questo fenomeno perché il bere fa più morti della droga fra i giovani.
I sabato sera, è ormai una routine, che genitori ignari, e disperati, devono recarsi in ospedale perché i propri figli, sono lì, vittime d’incidenti perché ubriachi o perché finiscono in coma etilico, scoprendo un aspetto dei propri figli che fino ad allora non avevano mai considerato.
La pratica più diffusa è quella dei cosiddetti binge drinking, e cioè il consumo di più bevande in grandi quantità e in poche ore, per raggiungere la sbronza. Una specie di rito sempre più diffuso con giovanissimi che ovunque arrivano con buste di bottiglie di birra, e tutti insieme, bevono fino ad intontirsi, fino a vomitare.
Una nazione senza giovani, si sa, non ha futuro. Si dice che essi sono il nostro più grande capitale sul quale investire, specie al sud. Preservarli, quindi, da fenomeni di tale degenerazione diventa un dovere sociale.
Loro oggi si sentono, probabilmente, soli e fragili, senza mete, non hanno progetti di vita forse perché hanno già tutto. Li incontri e ti rendi conto che rispetto alla tua generazione sono solo più deboli, impauriti, e senza alcun spirito di iniziativa.
Dobbiamo lavorare iniziando da noi stessi perché la formazione dei giovani inizia prima di tutto nelle mura domestiche, nella famiglia. Lo dobbiamo fare assumendo comportamenti improntati ad una maggiore coerenza nel rispetto delle regole e delle leggi ponendoci il problema di dover essere esempi positivi nei confronti dei nostri figli.
Dopodiché c’è il mondo esterno e la società nella quale viviamo dalla quale dobbiamo pretendere, con uguale rigore, non inutili ed episodiche belle parole, ma modelli di vita positivi da diffondere su larga scala che tengano i giovani lontani dall’alcol, programmi di prevenzione e diffusa consapevolezza che l’alcolismo è una emergenza sociale.
Luigi Rispoli

pubblicato dal ROMA il 04/01/2018